La leggenda del Rawi moro raccontata dal poeta cristiano
Un giorno la marcia dei mondi Egli volle osservare
e vedere se ubbidiva alla sua legge il creato,
e fino alle porte d'oro discese dal Paradiso
il sommo Dio che dal caos ne trasse l'embrione.
Dalla dimora edenica giunse fino al peristilio;
l'angelo che lì veglia aprì il suo padiglione,
e dall'eterea vetta, da quel confine tranquillo,
Allah del creato la marcia esaminò.
Ciò che gli uomini chiamano vuoto e firmamento,
l'aria azzurra che cielo per noi è;
lo spazio infinito, elemento vivificante
dei suoi milioni di mondi, si dispiegò ai suoi piedi.
Le nebulose, mondi ancora in formazione,
che un giorno saranno soli dopo lunga evoluzione,
le pallide stelle fredde come la luna,
che scintille e satelliti di soli antichi sono;
le rapide comete dalle immisurabili code,
stupore dei mondi alla cui vista vanno
per leggi di equilibrio di Dio, che son le sole
che attività, impulso, trazione e luce danno loro;
tutto ciò misterioso che rimane oscuro
e che la scienza umana comincia già a intravedere,
tutto ciò che un giorno dovremo di certo
per il nostro essere divino sondare e comprendere;
tutto ciò che si muove, si condensa e si disfa,
che irradia e scintilla mentre ruotando va,
tutto ciò che va e torna, che muore e che rinasce,
si eclissa e si illumina, che libero o fisso sia;
tutto ciò, mondo o atomo, che incatenato o sciolto,
lanciato o attratto da un potere centrale,
per qualcosa vive, e marcia, e rotola avvolto in qualcosa
che genera o indebolisce la sua evoluzione vitale;
tutto ciò che, riunito, si vede dalla terra,
tutto ciò che compone la siderale regione,
il torbido e il visibile che l'universo racchiude,
quanto insieme forma ciò che è il creato,
si presentò alla vista di Dio che volle vederla:
Dio vide con uno sguardo che funzionava bene,
e si fissò sulla terra, che va come una perla
nella collana di mondi in cui incastonò l'Eden.
E quella perla, nera nel suo emisfero in ombra,
e bianca nel chiaro perché riflette il sole,
aveva un punto verde, che come un brandello di tappeto
rivestiva un tratto di terra spagnola.
Correva allora la fine di un mese di gennaio:
la terra andava sopportando una burrasca generale
di neve e di cicloni, e tra l'impeto fiero
del terremoto e di quella si governava male.
Come oggi la circondava di nebbia e turbine
un'atmosfera che ne offusca il colore naturale:
e quel brandello così verde, di brillio smeraldino
ed emblema di speranza, primaverile verdore,
in mezzo alle nevi, forse una follia
tra quelle indigene di Spagna parve al Signore;
e contemplando il globo seguire per la sua orbita
il cammino, restava attento e assorto il Creatore.
L'angelo che in silenzio e in piedi restò a custodire
del peristilio d'oro le gradinate d'avorio,
sottomesso rimase attendendo la sua volontà,
come Lui contemplando del mondo le meraviglie mille.
Da quella gradinata ed eburnea scalinata,
come tappeto regale, arazzo di trono reale,
splendido si levava su argento macinato
un pensile meraviglioso di verde vegetazione.
Tutto era lì vivente sul suo bianco suolo,
gli alberi, le piante, il fiore e la sorgente;
e l'albero che la terra chiamò del Paradiso
empiva quell'ambiente di aroma celestiale.
E tutto in armonia e al suo posto preciso,
era il pensile un insieme di perfezione completa,
il semenzaio mistico ove custodire Dio volle
i germi che nutrono la vita universale.
Irradiavano ed esalavano gli alberi, i fiori,
la pianta, il prato… tutto, profumo e splendore:
miriadi di uccelli, silfi e insetti volatori,
luminose farfalle e uccelli canori,
aleggiavano e cullavano l'albero e il fiore.
E di questo Eden esterno, dell'altro compendio,
che non entra nella comprensione della nostra mente oscura,
vestibolo vivente della dimora edenica,
vegliava quella bella celeste creatura
che innalzò davanti a Dio, del portico del cielo, il padiglione.
L'angelo era un essere
senza pari tra le creature,
prodigio di bellezza,
modello scultoreo;
un essere i cui contorni,
con apparenza umana,
esaltano sovrana
bellezza celestiale.
Sulla sua schiena si piegano,
leggere come spuma,
due ali di bianca piuma
di trama sottile,
che cadono come manto niveo,
donando al suo portamento
la grazia e il candore
del cigno più gentile.
Un'aureola il suo capo
di luce incorona e cinge,
come quella che il cielo tinge
di candore mattutino;
e dal suo corpo e alito
si esala e si sprigiona
un profumo che trascende
l'ambra edenica.
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Il Creatore e l'angelo, la cui divina essenza
non necessita di lingua, né di voce per parlarsi,
realizzarono, opera dell'intelligenza della loro anima,
delle loro idee reciproche la trasmissione veloce.
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—Vedi la terra?
—La vedo.
—Che punto è quello verde
di Spagna in un inverno così rigido?
—Non lo so:
tra il vapore la linea della mia vista si perde,
Signore; ma se lo ordini andrò a scoprirlo.
—Va'!—pensò Dio; e l'angelo, del «va'!» di Dio sentendo
la forza e il comando, che Dio non formulò
con gesto né parola, il fiato raccogliendo
e gettandosi nel vuoto, le sue ali dispiegò.
Il fulmine e il telegrafo, di cui ha saputo
la rapidità e le forze l'uomo assoggettare,
sono termini inutili di calcolo perduto
per misurare quanto rapido l'angelo volò.
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I mondi dei molteplici
sistemi planetari,
gli uni embrionali
e in povera evoluzione;
gli altri traboccanti
di luce e forza viva,
e già nella loro età di attiva
vitale condensazione;
i vecchi, che caduchi
si raffreddano e si esauriscono,
e nel vuoto galleggiano
con azione decadente;
la luna, il sole, i soli
di ignoti pianeti,
e stelle e comete
della nostra azzurra regione,
lo videro un istante,
di luce e aroma una scia
lasciando per dove vola,
passare come un ciclone.
Vide Dio la sua forma mobile
andare bianca e luminosa,
dapprima come candida
colomba vagabonda,
poi come un'ingravida
e bianca farfalla,
poi come lucciola
piccola e irrequieta,
che brulica tra i germogli
del prato di un giardino,
entrare nella nostra atmosfera,
avvicinarsi al globo,
toccare il verde punto
del confine spagnolo,
e lì, come una macchia d'acqua
che evapora e si perde,
sul suo punto verde
dissolversi alla fine.
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Dio, vedendo che seguitava
la sua creazione perfetta,
in unità corretta
e funzionando bene,
la eburnea gradinata
del aureo peristilio
salì, e tornò tranquillo
ad entrare nell'Eden.
Tornò tutto con il suo alito
nell'Eden beato,
ad entrare nel riposo,
e Dio ad entrare in sé.
Là il tempo non ha
né conto né misura;
ma occorre, di quella vita
per raccontare qui
i tempi e le fasi,
assimilare le frasi
del nostro rozzo idioma
a quelle con cui là si parla.
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Le ombre cominciavano
ad oscurare il giorno,
e l'angelo non tornava…
Dio disse: —Che farà mai laggiù?